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Il Viaggio in un Film
Vedere un film prima di partire come leggere un libro o consultare accuratamente le pagine informative ed i programmi di un catalogo sono tutte azioni che aiutano a scegliere meglio “il proprio viaggio” per trovare grande riscontro alle proprie attese.
Per la Romania: “Dracula di Bram Stoker”, di Francis Ford Coppola , 1992. Poichè il titolo "Dracula" era stato già usato in campo cinematografico, Coppola volle scegliere "Bram Stoker's Dracula", per sottolineare così la sua fedeltà al romanzo. Effettivamente il film rispecchia molto il libro ma, come ogni trasposizione cinematografica, si differenzia in alcuni aspetti. Il motivo di queste "licenze poetiche" è chiarito dal regista: egli non voleva ancora una volta (come precedentemente nella storia del cinema, ad eccezione del Nosferatu di Werner Herzog) dare a Dracula l'aspetto e le caratteristiche di creatura mostruosa mutuata da film horror. Coppola in effetti gli conferisce umanità, donandogli delle origini (a metà tra misticismo, storia e fantasia) e la capacità di amare un'altra creatura (provando amore, un sentimento che va oltre la semplice attrazione fisica che esiste per es. tra Dracula e Lucy nel libro di Herzog).
Per la Sicilia: “Nuovo Cinema Paradiso”, di Giuseppe Tornatore, 1988. Due anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, a Giancaldo, un paese siciliano, il cinema è l'unico divertimento. Davanti a una platea chiassosa, ma anche emotiva, il "parroco-gestore" fa passare sullo schermo celebri film americani e italiani, dopo adeguati tagli di cui si occupa il proiezionista, Alfredo. Quest'ultimo lega molto con il piccolo Salvatore, un ragazzino di dieci anni affascinato dal cinema tanto da diventare il fido aiutante di Alfredo. Dopo una serie di eventi e un amore perduto, Salvatore ormai adulto decide di inseguire la carriera cinematografica a Roma. Tornerà a Giancaldo solo trent'anni dopo, per assistere al funerale del suo eterno amico Alfredo...
Per San Pietroburgo: “L’Arca Russa”, di Alexander Sokurov, 2002
Con: Sergej Dreiden, Maria Kurnetsova – Storico - Un fantastico viaggio attraverso la storia della Russia, dall'epoca degli zar ad oggi, tra le sale dell'Hermitage di San Pietroburgo. A condurci in questo viaggio sono due personaggi: il primo, uomo contemporaneo, presente solo attraverso la soggettiva in piano sequenza del film, che sentiremo parlare e dialogare con un altro personaggio, un marchese dell’Ottocento, anche lui catapultato in una epoca non sua e in un periodo non suo. Sono Virgilio e Dante nel ventre della storia russa, che conducono un viaggio attraverso le epoche entrando in contatto con Pietro il Grande e Caterina II, i due zar Alessandro I e II, colti ora in rituali pubblici e ora in una crepuscolare intimità. Ogni stanza un’epoca, un evento e soprattutto una galleria di opere d’arte sublimi.
Per Mosca: “La casa Russia”, di Fred Schepisi, 1990. Editore inglese si fa convincere da bella russa della quale s'innamora a trafugare un dattiloscritto sull'inefficienza nucleare sovietica. Tratto dal penultimo dei 13 romanzi di John Le Carré, è una storia d'amore in forma di romanzo di spionaggio tradotta in un film verboso, diligente e accademico sullo sfondo di Mosca e Leningrado raccontate con occhio da turista. 1° film girato in Russia dopo la perestrojca di Gorbaciov.
“Il Dottor Zivago”, di David Lean, 1965. La storia epica di Yurij Andrèevic Divago (Omar Sharif), medico e poeta nella sua Russia. Sposato alla cugina Tonja (Geraldine Chaplin), in un legame d’affetto dolce e commovente, capace dell’unione e del perdono ma travolto da una passione d’amore, impossibile da colmare e domare, dal nome Lara Antipov (Julie Christie). “Il tema di Lara” scorre tra le immagini di questo amore impossibile, diviso dalla Storia, dai Bolscevichi, dai Partigiani, ma mai dal tempo che torna continuamente incontrando i due amanti anche tra impossibili distanze, in un finale che non è ancora avvenuto, ognuno di noi libero di immaginarlo.
Vincitore di 5 Premi Oscar e sicuramente uno dei migliori film dell’intera Storia del Cinema.
Per la Germania: “Il cielo sopra Berlino”, di Wim Wenders, 1987.
Con: Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander, Didier Flamand – Fantastico - Romantica storia d’amore in parte ambientata a Potsdammer Platz
“Germania anno zero”, di Roberto Rossellini, 1948. Capolavoro di Rossellini, che lo ha consacrato in Francia e USA come indiscusso maestro. In "Germania anno zero" sono condensate da lui tutte le tematiche care al cinema neorealista: gli attori non professionisti, le lunghe riprese in esterni (la carrellata del giovane Edmund che cammina tra i ruderi bombardati è un momento di grande cinema), le storie di gente comune, l'attenzione ai bambini e inoltre un senso morale autentico e profondo, vera anima di un film che ha segnato come pochi il cinema italiano. “Il realismo non è altro che la forma artistica della verità” (Rossellini)
Per la Turchia: “La Sposa turca”, di Fatih Akin, 2004.
Con: Birol Unel, Sibel Kekrilli, Catrin Striebeck, Cem Akin, Hermann Lause - Drammatico-
Storia di autodistruzione e amore, che percorre a ritroso la storia dei turchi emigrati, dalla distruzione cruenta dei valori tradizionali, sino al recupero del senso della vita che avverrà proprio nei meandri delle vie di Istanbul
Un dramma esistenziale sull'emigrazione turca in Germania, vincitore, a sorpresa, dell'Orso d'oro al Festival di Berlino 2004. Due immigrati turchi a Berlino – il 40enne Cahit e la 20enne Sibel – s'incontrano in ospedale, entrambi sopravvissuti a un tentato suicidio. Lui è già morto dentro, distrutto dall'alcol e dalla droga; lei, ricca di irrequieta vitalità, è oppressa dall'ottuso tradizionalismo moralista della famiglia per sfuggire al quale propone all'uomo un matrimonio in bianco. A cerimonia nuziale conclusa, ciascuno dei due continuerà la propria strada. Ovviamente il rapporto tra i due si evolve in un'altra direzione e ha un epilogo struggente e sconsolato a Istanbul.
“Fuga di mezzanotte”, di Alan Parker, 1978. Il 6 ottobre 1970, dopo un periodo a Istanbul, un cittadino americano di nome Billy Hayes viene arrestato dalla polizia turca a causa dell'alto livello di allerta dovuto alla paura di attentati terroristici, mentre stava per volare fuori dallo stato con la sua fidanzata. Dopo essere stato trovato in possesso di diversi pacchetti di hashish attaccati sul corpo, circa 2 kg in totale, viene condannato a una pena relativamente indulgente di 4 anni e 2 mesi per possesso di droga.
Tratto dall'omonima autobiografia di Billy Hayes, vinse due Oscar per la sceneggiatura di Oliver Stone e la colonna sonora di Giorgio Moroder. Dopo aver visitato la Turchia nel 2004, lo sceneggiatore Oliver Stone si è trovato nella situazione di scusarsi per aver eccessivamente drammatizzato la storia, puntualizzando però come la situazione delle carceri turche di quel periodo fosse riportata da diverse associazioni per i diritti umani.
“Il bagno Turco – Hamam”, di Ferzan Ozpetek, 1997.
Con: Zozo Toledo, Alberto Molinari, Basak Koklukaya, Mehmet Gensur, Serfi Sezer – Drammatico - A Roma Francesco e Marta, marito e moglie, gestiscono insieme a Paolo, amico di vecchia data, uno studio che si occupa di ristrutturazione di interni. Un giorno Francesco, ricevuta dall'ambasciata di Turchia la notizia di avere ereditato un immobile da una certa zia Anita, parte per Istanbul e qui scopre che l'immobile è un hamam, cioè un bagno turco che la zia ha gestito per circa trenta anni. Entra in contatto con Osman, custode del bagno, e con la sua famiglia: la moglie, la figlia Fusun, il figlio Mehmet, che lo ospitano con grande calore. Deciso in un primo momento a vendere per tornare subito a casa, Francesco a poco a poco cambia idea, si appassiona all'edificio e decide di rimetterlo in uso.
Per la Polonia: “Il pianista”, di Roman Polanski, 2002
Con: Adrien Brody, Thomas Kretschmann, Maureen Lipman, Ed Stoppard – Drammatico - Un brillante pianista polacco, di religione ebraica, viene confinato nel ghetto di Varsavia dove sperimenta sulla pelle la sofferenza e l'umiliazione. Sfugge alla deportazione nascondendosi fra le rovine della città, e un ufficiale tedesco lo aiuta a sopravvivere.
Per l’Olanda: “Black Book”, di Paul Verhoen, 2006
Con: Carice van Houten, Thom Hoffman, Halina Rejin - Azione, Thriller, Guerra - Ricostruisce i fatti realmente accaduti durante il periodo della resistenza olandese al nazismo
“Rembrandt j’accuse”, di Peter Greenaway, 2008. Dietro al capolavoro di Rembrandt, “La ronda di notte”, si cela un’intricata cospirazione. Peter Greenaway ci accompagna alla scoperta di cinquanta indizi nascosti nella tela che svelano vendette, corruzione e giochi di potere nell’Olanda del XVII secolo. Il film si gioca sui due fronti della ricostruzione storico-biografica - la rovina del pittore in seguito alla sua ferma e ardita denuncia dei potenti di Amsterdam attraverso la trama sottile del suo quadro - e del raffinato saggio estetico. Rembrandt - detective, testimone e giudice del delitto al centro del dipinto - fu allora vittima designata del suo attacco al potere, fin troppo evidente agli occhi esperti dei lettori d’immagini di quattro secoli fa. Un noir impedibile sull’arte e la condizione dell’artista, tanto privilegiata quanto crudele.
Per Lisbona: “Lisbon story” di Wim Wenders, 1995. Philip, professione fonico, arriva a Lisbona, chiamato dall'amico regista Friedrich che sta girando un documentario muto e in bianconero. Trova solo una casa vuota e le “pizze” del materiale girato. A spasso per Lisbona, in cerca di suoni e di notizie dell'amico, l'alter ego-wendersiano porta lo spettatore a catturare la realtà viva della città portoghese.
Per Barcellona: “Vicky Cristina Barcelona” di Woody Allen, 2008. Due amiche Vicky (Rebecca Hall) e Cristina (Scarlett Johansson) decidono di partire dall’America per trascorrere l’estate a Barcellona, una città incantevole che si lascia scrutare nei suoi angoli nascosti, nella tortuosità delle stradine arabeggianti, che si insinua nell’animo delle ragazze con l’arte di Gaudì e Mirò; tanti sono gli scatti delle macchine fotografiche fatti dalle due ragazze accompagnate da Javier per le vie del centro, nessuna delle due ha voglia di lasciarsi sfuggire la bellezza di questo luogo magnifico.
Per Parigi: “Paris”, di Cédrik Klapisch, 2008. Con Paris Klapisch intraprende un progetto estremamente ambizioso, quello di presentarci la città nella sua totalità: sia come complesso architettonico-urbanistico sia come organismo socio-culturale. La scenografia ci propone un vero e proprio campionario di vedute e panorami che il pubblico parigino si è divertito a riconoscere di volta in volta: carrelli da macchine in corsa ci fanno sfilare nelle strade principali e davanti a tutti i monumenti importanti, viste dalla Tour Eiffel e da Belville completano il quadro dall’alto. Klapisch fa il giro completo dalla città, non trascurando neanche il suo versante “periferia” con un un’incursione nel mercato centrale di Rungis, riuscendo ad integrare tutte queste immagini della topografia cittadina senza farcene sentire troppo il peso.
“Incontri a Parigi” di Eric Rohmer, 1995. “Resterò sempre coerente all’idea di un cinema che dipinge gli stati d’animo, i pensieri così come le azioni.” In questa affermazione c’è espressa chiaramente l’idea di cinema di Eric Rohmer, uno dei padri fondatori della Novelle vague. Incontri a Parigi è una riflessione sul caso e il destino, un trittico di storie dove a fare da sfondo alle vicende dei protagonisti c’è una Parigi affascinante.
Per Londra: “Match Point” di Woody Allen, 2005. La vicenda di Chris (Jonathan Rhys-Meyers) comincia in un salotto ricco e soffocante, attraverso l’espediente ludico di una pallina da tennis indecisa, emblema degli svincoli che dovrà affrontare. Una pallina indecisa, come è lui, impacciata, rovinosa. Istruttore di tennis, sarà attratto da Chloe (Emily Mortimer), vitale ed effimera ragazza di buona famiglia, che sposerà e attraverso la quale rivoluzionerà la sua vita lavorativa. Eppure sarà attratto, passionalmente, ineluttabilmente, da un altro sguardo straniero: quello di Nola (Scarlett Johansson), figura ondeggiante e decadente persino nel nome. Sarà un incrociarsi di andature barcollanti quello tra l’attrice sfortunata e l’apparentemente glaciale irlandese. Un susseguirsi di ripensamenti a frastornare il bel viso compatto, il linguaggio apatico, le movenze vagamente scivolose.
Per l’Irlanda: “Le ceneri di Angela”, di Alan Parker, 1999. Una voce fuori campo ci porta attraverso la vita di un uomo, un irlandese cresciuto nella miseria e nella povertà di una cittadina puritana e ipocrita degli anni ‘30. Quest'uomo è Frank McCourt, che in un suo libro, diventato un best-seller, racconta di come sia stata la sua infanzia senza mezze parole: "Mia madre mi ha odiato per aver svelato il nostro passato: pensava che l'unico luogo per questo genere di cose fosse il confessionale. Desiderava ardentemente che venisse calata la tela su tutta questa povertà e squallore". E' questa voce a esprimere tutta la saggezza e la poesia racchiusa nel libro. Come nel libro, nel film si parla di situazioni tristi e difficili lasciando però spazio all'umorismo, in un delicato equilibrio che esprime una sensazione di veridicità e realismo.
Per la Svezia: “Uomini che odiano le donne”, di Niels Arden Oplev, 2009. Uomini che odiano le donne è tratto dalla trilogia di romanzi di Stieg Larsson, che ha venduto oltre 8 milioni di copie in tutto il mondo. Purtroppo, Larsson non è vissuto abbastanza per vedere il successo del suo lavoro, essendo morto all'improvviso nel 2004, poco dopo aver consegnato il manoscritto all'editore svedese. Gli innumerevoli ammiratori del romanzo di Stieg Larsson probabilmente non rimarranno delusi da questa riduzione fedele all’originale, che segue in maniera abbastanza pedissequa le linee narrative del testo. Anche il lavoro di necessaria condensazione della storia non risulta neppure troppo invasivo rispetto alla struttura di partenza, anche perché il film supera le due ore e mezzo e quindi si prende tutto il tempo per seguire con precisione la storia tracciata da Larsson.
Per Vienna: La trilogia di Sissi, di Ernst Marischka, tra il 1955 ed il 1958. La trilogia di Sissi, girata da Ernst Marischka tra il 1955 e il 1958, è uno dei più grandi successi nella storia del cinema. Nelle sue tre parti (La principessa Sissi; Sissi, la giovane imperatrice; Sissi, il destino di un’imperatrice) il film è diventato un classico dei film d'amore, milioni di persone si sono commosse al cinema o a casa durante una delle innumerevoli repliche alla TV. Il film ha reso famosa la giovane attrice Romy Schneider che, per tutta la vita, nell'immaginario collettivo è rimasta la "Sissi" di questi film.
La prima a capire che la "Sissi" del film non era la Elisabetta d'Austria della realtà fu proprio l'attrice Romy Schneider e quando ricevette da Luchino Visconti, nel 1972, l'offerta di rappresentare di nuovo Elisabetta d'Austria nel suo film "Ludwig" accettò subito, perché questo film le diede finalmente la possibilità di far vedere la vera Sissi.
Per Praga: “Amata immortale”, di Bernard Rose, 1994. Alla sua morte il compositore L.V. Beethoven lascia la sua eredità alla sua Amata immortale. Compito di Anton Schindler, l’esecutore testamentario, scoprire il volto di questa misteriosa donna. Girato a Praga e dintorni. Le scene iniziali del corteo funerario partono dal Palazzo Schwarzenberk al n.1 di Hradčanské Náměstí, di fronte al Castello per terminare nella Chiesa di San Nicola a Malá Strana. Nei Giardini Valdstejn a Malá Strana Beethoven passeggia in compagnia di una delle sue donne e nella Maltézské Náměstí passeggia da solo mentre ascoltiamo un suo monologo. Nella sala Filosofica del Monastero di Strahov Beethoven ha un incontro con un Cancelliere e l’esecuzione della Nona Sinfonia è stata girata nel Teatro Tyl, o degli Stati generali, Železná 11, Staré Město.
Per l’Armenia: “Vodka Lemon”, di Hineer Salem, 2003. Il film racconta la vita semplice e aspra di Hamo, un vedovo ex-ufficiale dell’Armata Rossa con pensione di sette dollari, che vive con un figlio alcolizzato e il nipote. Un altro figlio vive a Parigi e nell’immaginazione del padre diviene un eroe, un’elevazione piena di orgoglio paterno che si rivelerà l’ennesima delusione. Ambientato in Armenia e impreziosito da paesaggi sconfinati e innevati, è un film sulla separazione e sull’assenza, sulla povertà vissuta con dignità; separazione dagli oggetti e dalle persone ed oggetti che assumono il significato di un riscatto morale, come il pianoforte della figlia di Nina che rimane l’unico oggetto che non può essere venduto. La vita scandita dai sorsi di "Vodka Lemon" (che nonostante questo nome sa di mandorle) è dolce e amara allo stesso tempo e il quotidiano diviene poesia disincantata. Premiato alla 60a Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia nella sezione "Controcorrente".
Per l’Egitto: “Il paziente inglese”, di Anthony Minghella, 1996. Toscana, verso la fine della guerra 1939-45: Hana (J. Binoche), infermiera canadese innamorata di un artificiere indiano, accudisce un misterioso paziente inglese (R. Fiennes) dal viso sfigurato di cui si rievoca in flashback l'illegittima e tragica passione per Katharine, incontrata in Egitto, prima della guerra, durante una missione geografico-militare per il governo britannico. Bellissima fotografia, grande commozione e ben 9 premi oscar.
Per il Marocco: “Il tè nel deserto”, di Bernardo Bertolucci, 1990. Africa 1947 – Le vicende di 3 viaggiatori (viaggiatori, non turisti) americani in Africa: una coppia di artisti, Kit e Port (Debra Winger e John Malkovich) e l'amico George (Campbell Scott), danaroso ed invadente. Si parte da Tangeri e si percorre un lungo itinerario, un viaggio tra noia ed esperienze anche drammatiche, che rispecchia il vuoto di tre esistenze, un viaggio dove "il cielo è così strano, quasi solido”. Il film, che rende assolutamente giustizia al libro, è sostanzialmente scomponibile in due parti: la prima è quella che racconta le vicissitudini del viaggio nel deserto di una coppia americana in crisi, accompagnata da un amico comune. La seconda è focalizzata sul rapporto con una tribù tuareg e conseguentemente è molto interiore e lenta (ammesso che questo lo si possa considerare un difetto) della prima.
Per la Libia: “Le rose nel deserto”, di Mario Monicelli, 2006. Libia, 1940. Nella sperduta oasi di Sorman si acquartiera la sezione medica del Regio Esercito ai comandi del maggiore Strucchi ( Alessandro Haber). Lì il tenentino fotografo Marcello Salvi (Giorgio Pasotti) conosce il domenicano fra' Simeone (Michele Placido) e inizia a sperimentare la complessa interattività tra 'invasori' italiani e residenti arabi: la condizione delle donne, il rituale dell'ospitalità, le selvatiche marmaglie di ragazzini. Questo film rappresenta l’ultimo capolavoro della lunga serie di film firmati da quel Mostro sacro del cinema di Mario Monicelli.
